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Disturbi nel linguaggio: come aiutare i bimbi a parlare

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Che gioia la prima parola pronunciata dal tuo bambino! Una gioia che ripaga di una lunga attesa. È normale che sia così, visto che il linguaggio resta il principale mezzo di comunicazione, la modalità più immediata per esprimere sensazioni, sentimenti, pensieri, opinioni... 

E possiede molte sfumature in più rispetto a gesti, sguardi e carezze, che pure contraddistinguono il rapporto madre-figlio sin dai primi giorni di vita. Tuttavia, non bisogna “forzare” le tappe, ma cercare solo di seguire e aiutare il piccolo in questo cammino, verificando che non si discosti troppo dalla norma. 

Dai ascolto ai suoi balbettii, premia gli sforzi espressivi con lodi e sorrisi, parlagli senza fretta e con termini semplici e chiari.

È meglio, infatti, non usare vocaboli difficili e insoliti e non incoraggiare troppo le sue eventuali espressioni errate od onomatopeiche (cioè, che imitano i suoni): piuttosto invitalo - con dolcezza e fermezza - a ripeterle nel modo esatto.

E soprattutto parla spesso con lui: secondo recenti ricerche, questo comportamento favorisce l’acquisizione del linguaggio, perché aiuta il piccolo ad arricchire il suo vocabolario. A una condizione: che parole e frasi siano rivolte al bambino e lo coinvolgano direttamente.

Ecco le fasi di questo processo: sarà compito del pediatra valutare che siano rispettate nel corso dei bilanci di crescita (cioè, i controlli che si susseguono - secondo cadenze precise - in particolare durante i primi tre anni di vita). Le fondamentali premesse dello sviluppo del linguaggio si pongono nel periodo neonatale.

La prima forma di espressione del bebè è il pianto. Emette qualche suono gutturale per mostrare la sua felicità e smette di piangere se la madre gli parla, evidenziando così il primo orientamento alla comunicazione.

A 3 mesi, il suo primo “vocabolario”, definito “balbettio” o “vocalizzazione”, è costituito da pochi suoni. Reagisce con gorgheggi, vocalizzi e trilli ad alcuni rumori. Imita i versetti e le cadenze affettuose del parlato che gli adulti usano con lui.

Le seguenti tappe più importanti per il bambino sono: 

QUELLA DA 6 A 9 MESI
Comincia la fase della “lallazione”, con le prime sillabe ripetute di continuo (ad esempio, “ma-ma”, “da-da”).
Il piccolo gira la testa nella direzione della fonte sonora.

QUELLA DA 9 A 12 MESI
Il bambino perfeziona le abilità acquisite nei mesi precedenti e raggiunge sicurezza e consapevolezza. Per farsi capire meglio, inizia a compiere gesti con le mani. Emette sillabe sempre più complesse e le arricchisce con consonanti, fino a comporre brevi vocaboli, anche se “deformati” o ricavati per assonanza (ad esempio, unisce due sillabe dal suono simile a quello del vocabolo desiderato), associazione e analogia (il verso dell’animale per indicare quest’ultimo oppure solo una parte di una parola, come “ina” invece di “copertina” o ‘ta’ al posto di “tata”). L’abbinamento tra parola e oggetto è, però, ancora approssimativo: se ha imparato il nome del cane di casa, chiamerà così qualunque animale con caratteristiche analoghe. In compenso, riesce a cogliere il contenuto e il tono di comandi e rimproveri. Formula le prime parole di senso compiuto (mamma, papà, nonna...) e le attribuisce alla persona giusta.

QUELLA DA 12 A 18 MESI
Il bambino pronuncia parole più difficili e frasi più elaborate: non sono quasi mai corrette, ma mostrano la volontà di raggiungere un obiettivo ed entrare in comunicazione con mamma e papà. In genere, questo processo è più precoce nelle femmine che nei maschietti.


QUELLA DA 18 A 24 MESI
Il bimbo associa tra loro fino a 10-20 parole semplici, formando frasi relativamente complesse di senso compiuto.
Abbina i concetti alle immagini e formula i primi interrogativi, in genere relativi al “dove” e al “cosa”. Con lo sviluppo dei processi mentali, percepisce l’aspetto simbolico e scinde l’astratto dal concreto. In pratica, è in grado di memorizzare gli oggetti che percepisce abitualmente e di sapere che “esistono” anche se non ricadono nel suo raggio visivo (concetto di astrazione).

QUELLA DA 2 A 3 ANNI
Collega gruppi di vocaboli seguendo un filo logico preciso ed è capace di riferirli alla situazione che sta vivendo e alle persone che lo circondano. Usa a proposito i pronomi personali, arricchendo il suo patrimonio lessicale, a seconda degli stimoli ricevuti. Ora obbedisce ai genitori perché comprende il significato delle loro parole e non solo il tono della voce. Mamma e papà, però, devono motivare le richieste in modo semplice e chiaro.
Verso i due anni, inizia il periodo dei ‘perché’: il bimbo chiede il nome degli oggetti, vuole sapere a cosa servono e la ragione per cui esistono.


QUELLA DAI 3 ANNI IN POI
Il linguaggio del piccolo è chiaro, articolato e completo. Le parole non sono più accostate liberamente, ma vengono accompagnate da articoli e avverbi, con distinzione tra il genere (maschile e femminile) e il numero (singolare e plurale). Una curiosità? Se a 3 anni il vocabolario annovera circa 2mila vocaboli, a 20 arriva mediamente a 20mila.